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LA FINESTRA SULL’EDEN E IL MISTERO DEL BIG BANG.


Sabato avevo scritto, pubblicando la cartina dei luoghi: “Domani, forse … a Dio piacendo”. E a Dio piacque. Piacque assai! Tant’è che, all’inizio del nostro cammino, poco sopra Piano di Lanzo di San Donato di Ninea, ci benedice con le più tenere fra le sue creature: due caprioli che salgono a lungo nella foresta di ontani, verso i faggi e le rupi sotto Piano di Rose. La luce è limpida e forte oggi. Nell’aria non c’è vento. Il sole riscalda la terra ancora gelata. Enormi faggi forzuti stanno, piantati in terra come colonne di un tempio. Ieri, sabato, il buon Dio ha piegato le mie resistenze, mandandomi segni: la caviglia apparentemente tranquilla; il mal di gola sedato; la telefonata di Michele, da Brindisi, che si sarebbe unito a noi; il messaggio di Enrico che mi chiede di fotografare i faggi più grossi su Serra La Vespa. Così è sparito il timore che per il lungo aggiramento che mi ero prefisso, attorno ai 1500 metri di quota, potesse esservi ancora neve. E invece la neve c’è davvero: subito dopo Piano Pulledro, almeno trenta centimetri. Immacolata e brillante come un manto di diamanti. Nella fitta e giovane foresta di faggi, la mancanza di foglie sulle fronde lascia intravedere l’incanto ramato del Caramolo, Serra Lupara, Timpone della Magara, Palanuda, sino ai ruvidi e strapiombanti Crivi di Mangiacaniglia. Procediamo sul tracciato della ferrovia decauville che nella prima metà del Novecento servì all’esbosco durante i tagli di queste che erano le ultime selve primigenie d’Italia. Cammini come questo sono ideali per riflettere e discorrere. Io, che ieri ero immerso a capire le incredibili implicazioni fra religione, filosofia e fisica quantistica, penso all’astrofisico Amedeo Balbi che ho ascoltato in Internet, comparsomi quando ho posto a Google la fatidica domanda: “cosa c’era prima del big bang?”. Giusto per capire a che ci serve tutto questo accapigliarsi di scienziati, filosofi e teologi sull’origine dell’universo. Volete sapere la risposta di Balbi in sintesi? Eccola: “tante ipotesi diverse fatte dai fisici teorici. Ma in realtà non lo sappiamo. E, in fondo, come potremmo scandagliare con i nostri criteri di comprensione di spazio e tempo, ciò in cui spazio e tempo sono qualcosa di profondamente diverso?” Mi verrebbe da dire: “E ci abbiamo messo tanto tempo, abbiamo sprecato tante energie, per capire che l’origine dell’universo, risalendo di causa prima in causa prima, è e resterà pur sempre un mistero! E poi scusami, prof. Balbi, ma forse tu non valuti che anche qui, sulla Terra, nella realtà di tutti i giorni, ci sono tanti modi differenti, a volte inconciliabili di concepire lo spazio e il tempo: pensi che il tuo spazio-tempo di scienziato urbanizzato ipertecnologico che scruta l’universo con un telescopio sia conciliabile con lo spazio-tempo del mio amico contadino Antonio che vive nel fondo di una valle dell’Appennino Calabro con i suoi animali e i suoi ortaggi e guarda le stelle, di notte, come fossero dee? Davvero credi che bisogna tornare a prima del big bang per accorgersi che ci sono altre dimensioni mentali oltre alla tua, alla nostra?”. Con questi pensieri mi accompagno alle tracce di un lupo che attraversa le radure di Tre Fossi e giunge sull’orlo dell’infinito (a proposito di universo!): Cozzo dell’Orso! E siamo fuori dal limite visivo del bosco, inondati di luce e di visioni: Cozzo del Pellegrino e la Calvia a sinistra, con i due ripidi canaloni di ghiaccio che compiono quasi mille metri di dislivello; i pianori dell’antico villaggio rurale di Carpinosa, sotto; la valle dell’Abatemarco, il Trincello e la costa tirrenica davanti; i dirupi di Boccademone, Schiena La Sepa, Schiena di Novacco, a destra, e via via oltre, sino alle montagne della lontana Campania. Di fronte a tanta bellezza non vi è alcun bisogno di cercare spiegazioni. Perché ogni senso, ogni inizio, ogni fine è lì di fronte a te. E tu ne sei parte. Holderlin: “fare tutt’uno con le cose vive, ritornare, con un radioso oblio di sé, nel Tutto della Natura.” E Nietzsche: “Andare al di là di me e di te. Sentire in modo cosmico.” Ricordo, qualche anno fa, un boscaiolo che era giunto a Tre Fossi in fuoristrada e faceva legna. Ci guardò sbucare dalla foresta come fossimo fantasmi. Ci chiese dove andavamo. Lo invitammo a salire con noi, qualche metro, sino alla sommità della rupe. Venne, incredulo. Quando uscì dai faggi e si affacciò sul nulla, o sul tutto (poco importa, cari astrofisici!), non voleva credere ai suoi occhi: abitava in un paese lì vicino, chissà quante volte era salito a Tre Fossi a raccogliere legna e non si era mai affacciato alla finestra sull’Eden! Signore perdona loro – il boscaiolo e l’astrofisico – perché non sanno quello che già “hanno”. Nelle immagini: scorci da Cozzo dell'Orso, lungo la decauville sotto Serra La Vespa ed a Piani di Lanzo, Monti dell'Orsomarso, Parco Nazionale del Pollino, Calabria. Foto Francesco Bevilacqua.

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