LE RECENSIONI DI FRANCESCO BEVILACQUA

16- Dante Maffia, “Il romanzo di Tommaso Campanella”.
 

“Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia (…) Dunque a diveller l’ignoranza io vegno” scrisse Tommaso Campanella (Stilo 1568 / Parigi 1639) in una famosa poesia. Se a questo aggiungiamo quali Campanella considerava dovessero essere le principali virtù dell’uomo nella “Città del sole” sua opera più famosa (Liberalità, Magnanimità, Castità, Fortezza, Giustizia, Solerzia, Verità, Beneficenza, Gratitudine, Misericordia etc.), il quadro si presenta abbastanza chiaro sin dall’inizio. Tommaso Campanella, benché monaco domenicano, fu, in un’epoca buia quale la parte centrale della dominazione spagnola, un rivoluzionario ed un eretico. Parliamo di lui attraverso un libro, “Il romanzo di Tommaso Campanella”, che ne racconta la storia e il pensiero in forma di romanzo, per l’appunto. L’autore è Dante Maffìa (Roseto Capo Spulico 1946), uno dei maggiori narratori, poeti e critici letterari contemporanei. La prima edizione del romanzo è del 1996 per Spirali di Milano, ma nel 2006, il libro è stato opportunamente rieditato da Ilisso-Rubbettino.

Il romanzo parte, attraverso un flash-back (Campanella è oramai rifugiato in Francia alla corte di Luigi XIII ed alla fine della sua vita) dalla fanciullezza di Giandomenico (questo il vero nome del nostro filosofo che poi lo muterà in Tommaso all’atto di prendere i voti, in onore del grande santo-teologo), dal suo essere figlio di una povera famiglia di artigiani, contadini e pastori (il padre, Geronimo, era ciabattino) di Stilo, nell’ultima parte del Cinquecento.

Il primo segmento del libro è dedicato alla formazione di Giandomenico. L'autore immagina che l’amore del ragazzo per la natura e per una religiosità in qualche modo immanentista se non addirittura panpsichista (Dio è nella bellezza della natura ed in tutti gli aspetti del creato e perfino tutto il creato è dotato d'anima) gli si riveli sin da piccolo, quando Giandomenico porta le capre del prete don Terentio a pascolare sul Monte Consolino, imponente rilievo roccioso posto esattamente alle spalle di Stilo. Don Terentio, spirito più laico e liberale che cattolico e bigotto, è il suo iniziatore ai segreti della cultura più autentica. Che, per l’appunto, si trova nella natura, nelle sue mille manifestazioni, e nell’esperienza del mondo. Le chiacchierate con don Terentio sono illuminanti quanto le sue giornate per balze e valloni ad accompagnare il gregge.

Ma solo nei conventi, e nelle biblioteche che in essi sono custodite, il piccolo Giandomenico può coltivare la sua sete di sapere. Così cominciano le peripezie del giovane da un convento ad un altro, trasferito quasi sempre per punizione, per reprimere il suo spirito libero, le sue letture proibite.

La natura è per lui una fucina più che la filosofia dei testi scritti. L’esperienza e l’osservazione delle cose attraverso i sensi rappresentano il vero sapere. Legge Demostene e Lucrezio. Ha l’ardire di confutare Aristotele e la sua fisica come conoscenza teoretica. Immaginate cosa accade quando il giovane viene a conoscenza delle opere di Bernardino Telesio: la natura va letta e interpretata secondo i suoi propri principi.  “Da quanto era a Cosenza aveva sempre sperato di poter incontrare il vecchio filosofo – scrive Maffìa – […]. La notizia della morte aveva colto Tommaso con una violenza che lo aveva stordito; chiuso ella sua cella aveva ricordato a se stesso i momenti di esaltazione provati sull’opera di Telesio, s’era rituffato nelle verità del grande vecchio che aveva interrogato la natura direttamente. Era vero: la natura è docile e, se spinta a parlare, dice da sé, pacatamente, quale sia la sua sostanza e la svela nell’esperienza, nel senso. Sì, la natura andava letta con la natura stessa e, del resto, le prime tracce di questi discorsi esistevano nei frammenti di Parmenide, di Empedocle, di Eraclito.” L’innamoramento è immediato. E proprio a causa di questo innamoramento culturale e della difesa intransigente delle tesi del filosofo cosentino che Campanella ha il primo scontro con il Santo Uffizio. Dopo una prima serie di viaggi e soggiorni in vari luoghi dell’Italia (Maffìa si sofferma, in particolare sull’incontro a Napoli con l’amico Mario del Tufo, sul racconto che Tommaso fa in casa di Mario, in un consesso di amici, delle condizioni miserrime in cui versano le popolazioni del Sud Italia vessate dal governo Spagnolo, su un viaggio fatto insieme a del Tufo in Puglia dove si imbatte in fenomeni di magismo), subisce nel 1591 il primo processo. Finisce in carcere, dove incontra Giordano Bruno e Francesco Pucci. Viene poi liberato e rispedito al domicilio coatto di Stilo.

Intanto, oltre a divorare letture, scrive alacremente. Ma a Stilo e nel circondario trova la situazione sociale, se è possibile, ancor più aggravata: alle scorrerie dei pirati turchi si aggiunge la sempre più avida rapacità dei baroni spagnoli, che impongono tasse e balzelli finanche ai più poveri. È organizzatore di una sommossa antispagnola, ma viene scoperto e processato da un tribunale laico. Condannato, si salva dalla morte fingendosi pazzo. È sottoposto a torture inaudite. Maffìa riesce a rendere in modo straordinario la lotta tra il titano Campanella, che resiste ai supplizi, ed i suoi carcerieri che cercano di smascherarlo. Resta in carcere per 27 anni, spiato, vessato, trasferito da un posto all’altro. Nonostante tutto riesce a scrivere ed a far uscire missive per persone influenti. La sua fama cresce. Alla fine, giudici inetti (sarebbe bastato comprendere la profondità di quanto aveva scritto in carcere) ammettono che è pazzo per davvero. La chiesa, inoltre, non vuole creare un altro eroe morto per difendere la causa della povera gente. Lo lasciano in carcere. E poiché molta gente invia doni e danaro e i carcerieri se ne avvantaggiano, la vita di Tommaso diviene meno dura. Può scrivere con maggior agio. Giunge a Napoli un nuovo vicerè-cardinale che inasprisce gli ultimi anni di carcerazione di Campanella. Ma, alla fine, arriva la scarcerazione.

Non passa molto tempo che Campanella viene condotto a Roma per un nuovo processo, questa volta dinanzi al Sant’Uffizio. È condannato ad altri due anni di carcere, per fortuna non terribili come i precedenti. Nel frattempo viene eletto Papa Urbano VIII, estimatore e lettore di Campanella. Nel 1629 è libero. Più tardi viene perfino riabilitato. Ma i suoi nemici sono sempre in agguato, e il Papa, nonostante la segreta ammirazione, non vuol compromettersi. Campanella sente odore di rogo. Intanto è scoppiata un’altra sommossa in Calabria. Campanella non c’entra, ma corre il serissimo rischio di essere coinvolto ingiustamente. Da Frascati, dove si trova, si rifugia presso l’ambasciata di Francia e da qui, sotto mentite spoglie, parte per nave per la Francia e raggiunge Parigi, dove viene accolto con grandi onori alla corte di Luigi XIII ed alla Sorbona. Appoggiato dal Cardinale Richelieu (anche se osteggiato, sul piano filosofico, da Cartesio), Campanella ha, negli ultimi anni della vita, quegli agi e quella tranquillità che gli erano sempre stati negati, ma non dimentica la sua terra natale.

In un immaginario dialogo con l’onesto ma incolto capitano della nave che lo traghetta a Marsiglia, Maffìa mette in bocca a Campanella un discorso che si conclude con le parole tratte da “Del senso delle cose e della magia”: “La Chiesa ha paura della scienza, caro Capitano, perché teme che le leggi della fisica o della chimica svelino qualcosa contraria al mistero dell’esistenza di Dio. Sono dei semplicioni, perché il mondo l’ha creato lui e nel mondo ha messo la sua luce, il suo pensiero, il suo infinito. Se si comprendesse questo, tante cose sarebbero appianate e le persecuzioni sparirebbero o perlomeno le eresie diventerebbero altro. In un mio libro che purtroppo non posseggo ho scritto: Il Mondo, dunque, tutto è senso e vita e anima e corpo, statua dell’altissimo, fatta a sua gloria con potestà, senno e amore”. È incredibile, ma anche per questa idea così semplice e vera il calabrese Tommaso Campanella patì tanta sofferenza perseguitato dalla sua stessa Chiesa. 

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