LE RECENSIONI DI FRANCESCO BEVILACQUA

2- Calo Levi, "Cristo si è fermato ad Eboli".
 

Carlo Levi (Torino 1902 / Roma 1975), laureato in medicina, pittore e scrittore, antifascista, parlamentare nelle file del P.C.I. come indipendente, non fu soltanto un “amico” del Sud. Fu, anche e soprattutto, uno dei pochi forestieri a “capire” fino in fondo il Sud, ad assumere su di sé le stimmate del Sud, facendosene straordinario e forse ineguagliato interprete. Attraverso la narrativa, gli scritti politici, la pittura.

“Cristo si è fermato ad Eboli” è, tra quelli che riguardano il Sud Italia, uno dei libri in assoluto più letti e tradotti. E non senza ragione. Si tratta, infatti, di un capolavoro della letteratura italiana. E’ l’incantata narrazione di un mondo nel Mondo, di un tempo nel Tempo: mondo e tempo che il resto del Mondo e il resto del Tempo parevano ignorare. E’ la non-storia che la Storia ha sempre obliterato. E’, infine, la storia vera che nessun altro avrebbe mai raccontato.

E' questa la ragione per la quale ne propongo la lettura qui, pur non trattandosi di un libro che riguardi specificamente la Calabria. E' un libro, insomma, che chiunque vive al Sud deve leggere.

L'opera nasce dall’esperienza di Levi come confinato politico nel paese di Aliano (nel libro chiamato Gagliano), in Basilicata, tra il 1935 ed il 1936. Il libro fu dato alle stampe nel 1945 da Einaudi. Di Levi ricordo altri titoli quali “Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia” (Einaudi 1959), “Il futuro ha un cuore antico. Viaggio nell'Unione Sovietica" (Einaudi 1956)”, “La doppia notte dei tigli” (Einaudi 1959), "Le mille patrie" (Donzelli 2000). Ed oltre ai libri, ci sono i quadri, diversi dei quali dedicati proprio ai volti della “sua” gente. Quella gente che avrebbe voluto adottarlo per sempre come suo medico o sciamano o benefattore o mentore, e alla quale promise di tornare. E dalla quale tornò, anche se dopo morto: volle, infatti, essere seppellito proprio nel cimitero di Aliano, dove il suo corpo riposa tutt’ora.

Non c’è altro libro di narrativa di un intellettuale non meridionale che si riveli così compenetrato ai problemi del Sud. Non è un caso, forse, che Levi fosse piemontese, ossia appartenente a quello stesso popolo che “conquistò”, da ultimo, il Sud, forse recando su di sé, almeno nelle anime più sensibili, un intimo senso di colpa. Levi confezionò, per il mondo intero, un racconto vivente, appassionato, così dentro le cose del Sud che, se letto oggi, a distanza di quasi settanta anni, anche se il lettore è egli stesso meridionale, suscita stupore e coinvolgimento.

La prima cosa che colpisce nel libro è la straordinaria capacità di affabulare. Levi scrive come se dipingesse. Il suo è un puro linguaggio pittorico: colorato, appassionato, partecipe, commosso. Famose ed intense le prime due pagine del libro, dal quale traggo, alcuni brani: “Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia. Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò mantenerla. […] Noi non siamo cristiani, – essi dicono, - Cristo si è fermato ad Eboli. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla più che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. […] Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. […] Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. […] Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per rompere le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato ad Eboli”.

Lette queste due pagine, nessuno che abbia il libro tra le mani, lo lascerà più andare, prima d’averlo finito. Né altro libro potrà colmare, per un po’ di tempo, il senso di vuoto, di rammarico, di emozione e di rabbia che l’avrà colto.

Levi racconta di sé, del suo arrivo ad Aliano, della sua scoperta di un mondo contadino arcaico, immobile, rassegnato, del suo entrare in contatto con gli uomini e le donne di questa terra “lontana”, “separata” dal resto d’Italia da una linea geografica immaginaria eppure reale. Racconta della scoperta di una umanità così diversa, incarnata, disperata eppure sprofondata nel silenzio.

Levi vede e percepisce innanzitutto, la profonda, emblematica contraddizione toponomastica di quella terra: la Lucania non più “terra dei boschi” (“lucus” in latino significa bosco) ma, in gran parte, terra di crete brulle e polverose. Anche lui, come Corrado Alvaro in "Gente in Aspromonte", osserva che la gente di Aliano non conosce, se non da poco tempo, l'uso della ruota. Case in bilico su abissi, argille bianche, burroni pittoreschi, pochi alberi sparsi, una terra che non è mai campagna, sono le prime cose che di Aliano colpiscono Levi. La notizia di un confinato politico medico si sparge rapidamente nel paese e già alla sua porta si affacciano uomini e donne moribondi in cerca di salvezza: i due medici del paese non ricordano più le cose elementari della loro arte e, immersi nella loro ignavia, dispensano solo annunci di morte. Ma Levi è diffidato dal curare i malati e quindi non potrebbe intervenire. Ovviamente disobbedisce all’ordine e organizza nella sua casa cure segrete per quella gente sfortunata. Sono quasi tutti contadini, costretti a lavorare come braccianti per i pochi possidenti del paese con salari da fame. Poi ci sono i contadini che dovrebbero vivere con ciò che gli procurano i loro piccoli e miseri poderi, ma che forse sono ancora più poveri dei braccianti: il fisco li perseguita e quando non pagano sequestra quelle poche derrate (olio, farina, animali da cortile) che trova nelle loro case. E poi ci sono – pochi - i galantuomini: notabili, borghesi, proprietari terrieri, professionisti che non sono riusciti a scappare dal paese e consumano le loro ore oziose in odi reciproci e piccole lotte di potere.

Gli animali di Aliano sono asini e capre. Lo sguardo cupo e fisso delle capre, le loro sembianze mitiche e mostruose  colpiscono Levi esattamente come quelle stesse sembianze avevano colpito Cesare Pavese confinato politico a Brancaleone in Calabria. Osserva ogni giorno la silenziosa marea nera dei braccianti, dei contadini con gli asini, che lascia il paese all’alba e rientra sul far della sera. Levi perviene alle stesse conclusioni cui giungerà Ernesto de Martino con le sue ricerche sul magismo nel Sud. Comprende, infatti, che per i contadini del Sud, immersi nella natura delle cose, ogni evento ha i suoi risvolti magici, o, se vogliamo, le sue cause divine. Per i contadini del Sud, cui la Storia toglie il diritto di esistere degnamente, è necessario crearsi una metastoria nella quale immaginare - e così salvare in qualche modo - le loro grame esistenze. Levi descrive realisticamente le case dei contadini: una sola stanza in cui ci sono l'unico grande letto sul quale dorme tutta la famiglia, le culle appese al soffitto per i neonati, il focolare-cucina, i ripostigli; gli animali da cortile che si accucciano sotto il letto. Parla dei miti di questa gente: l'America come terra favoleggiata, dell'abbondanza e del lavoro; il brigantaggio come ultima, strenua difesa contro le prepotenze dei piemontesi conquistatori.

Lucidissima e premonitrice è l'intuizione come non sia l'abolizione del latifondo (tema che emerge prepotentemente da tutta la pubblicistica meridionalista) la panacea di tutti i mali del Sud, ma il radicale complesso di inferiorità nel quale la gente è stata gettata da tutto ciò che essa ha dovuto subire nei secoli. Egli scrive, sin da allora, che non l'assistenza dello Stato, non le bonifiche, non le opere pubbliche, possono risolvere i problemi del Sud, ma la creazione di una nuova forma di Stato in cui i contadini, finalmente, si possano sentire effettivamente partecipi.

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