LE RECENSIONI DI FRANCESCO BEVILACQUA

20- Vito Teti, "Maledetto Sud".
 

Scriveva il poeta calabrese Franco Costabile: “Ecco, / io e te, Meridione, / dobbiamo parlarci una volta, / ragionare davvero con calma, / da soli, / senza raccontarci fantasie / sulle nostre contrade. / Noi dobbiamo deciderci / con questo cuore troppo cantastorie”.

Forse il grumo sanguinante ed amaro del Sud è tutto qui, nel significato di questi versi aspri e malinconici. Forse la questione meridionale, oggi, sta proprio nella mancanza di dialogo vero tra gli uomini del Sud, da un lato, ed il loro mondo, dall’altro. Un mondo – quello dei paesi, delle campagne, delle città del Meridione – troppo idealizzato e, nello stesso tempo, troppo denigrato.

Un sentimento ambivalente, se non ambiguo, ha alimentato, per un secolo e mezzo (più o meno dall’Unità d’Italia in poi), l’immaginario dei meridionali. Il paese era (ed è ancora) vissuto come il luogo dei patimenti, come una prigione angusta, asfittica, soffocante, dove la dignità dell’uomo è quotidianamente negata ed ogni possibilità di riscatto impedita. Eppure, il paese era anche la patria, ricordata, vagheggiata, desiderata, quando si era lontani, in giro per il mondo, in cerca di pane e lavoro. Del Sud si aveva disprezzo ma anche nostalgia. Il Sud era odiato ma anche amato dagli stessi meridionali.

Come non trasferire, allora, questa ambiguità tutta interna al Sud, anche ai forestieri, agli altri, a chi accoglieva le masse dei meridionali affamati. O anche solo a chi, da altrove, guarda con curiosità (talvolta morbosa) a questo mondo esotico e pittoresco, selvaggio e diverso, vicino eppure così incommensurabilmente lontano dall’Europa. Attrazione e ripulsa: questa dicotomia ha alimentato il mito di un Sud “paradiso abitato dai diavoli”, ma anche inferno popolato di sofferenti.

“Maledetto Sud”, edito da Einaudi nel 2013, Vito Teti (San Nicola da Crissa 1950) - di Teti abbiamo commentato altri libri - scardina tutti gli stereotipi che gravano sul Meridione. E sui meridionali. E lo fa non con il piglio del saggista, dello studioso sistematico, ma con la grazia di un narratore. Senza pregiudizi ma anche senza complessi. Per di più, con una visione profondamente poetica della vita. Ma – quel che più conta – Teti lo fa senza indulgenza. Al Sud ed ai meridionali egli non concede sconti. Benché i luoghi comuni sui meridionali siano stati esponenzialmente dilatati dagli altri, l’autore sostiene, invece, che proprio al Sud essi hanno radici. Ed è nel Sud che queste radici vanno scalzate.

Ma quali sono questi luoghi comuni ormai consolidati?

Innanzitutto i meridionali sono oziosi e lenti. Qualcuno racconta che un operaio del Nord abbia detto, con sincero stupore, di un suo collega venuto in fabbrica dal Sud: “E’ calabrese, però lavora”. Quasi che la nostra gente fosse costituzionalmente disabituata a tribolare. E invece la fatica, talvolta sovrumana, di contadini e pastori, è iscritta a lettere di fuoco nel DNA dei meridionali. Teti ricorda, da bambino, le lunghe processioni di gente che dal suo paese andava e tornava dai poderi lontani, “da notte a notte”, da “buio a buio”, abbrutita dalla fatica e dalla sofferenza. Ozio e pigrizia e lentezza che, paradossalmente, sono oggi rivalutati in chiave di ritorno ad un mondo più umano, più vero, meno spietato. Teti ricorda, a questo proposito, le pagine straordinarie scritte sull’argomento da Bertrand Russell, da Herman Hesse o da Milan Kundera.

I meridionali, poi, sono sudici. Pare che nel primo parlamento dell’Italia unita, un deputato del Nord abbia esclamato: “Sono arrivati i sudici”. Ed in effetti già nelle inchieste degli inviati governativi dei Borboni, ma anche nei diari dei viaggiatori stranieri, le condizioni igieniche e sanitarie dei paesi del Sud venivano descritte come disastrose. La totale assenza delle amministrazioni locali, la lontananza del governo centrale, l’ignavia delle classi dirigenti (intente solo a perpetuare i propri privilegi) facevano sì che le condizioni di vita dei meridionali non migliorassero mai. Ed anzi, le continue calamità naturali, carestie, epidemie, terremoti, alluvioni erano tali da peggiorarle esponenzialmente. Ma il sudiciume – come del resto la pigrizia – divengono dati razziali, sono etnicizzati (solo i meridionali sono sudici), anziché essere contestualizzati, storicizzati, compresi nelle loro cause.

Ancora, i meridionali sono maledetti. Sul Sud si è sempre riversata l’ira divina. Se non era un terremoto era una pestilenza, se non una pestilenza un’alluvione, se non un’alluvione una carestia. Al Sud non si faceva in tempo a portar fuori dalle chiese i santi invocando la pioggia, che bisognava impetrarli per far smettere di piovere. E poi ci si misero gli antropologi positivisti come Cesare Lombroso a coniare la tesi della “razza maledetta”, ad etnicizzare anche un destino senza possibilità di redenzione.

I meridionali sono, poi, malinconici. Gli osservatori, sin dal Cinquecento, parlano di temperamento bilioso. La malinconia sembra trovare conferma in certe malattie antropologiche come il licantropismo ed il tarantolismo, rilevate in Puglia ed in Lucania. Gli antropologi positivisti impongono una visione pseudoscientifica della malinconia dei meridionali, anche in questo caso assunta come caratteristica tipica di una razza inferiore. Eppure, basterebbe leggere i resoconti delle inchieste economiche sul Sud borbonico o le cronache dei dopo terremoti, dei dopo alluvioni, per capire quanto la gente del Sud soffrisse la sua condizione. E poi, come non pensare alle masse di contadini intorpiditi, inebetiti dalla malaria endemica ed epidemica. E come non pensare alla malinconia da svuotamento dei paesi per emigrazione e solitudine.

Ancora, i meridionali sono soprattutto mafiosi. Dalla breve conquista francese dei primi anni dell’Ottocento, causa la feroce guerriglia fomentata da Borboni ed Inglesi e gestita da orde di criminali appositamente liberati dalle carceri del regno, circola in Europa l’equivalenza meridionali = briganti. Poi, disinvoltamente modernizzata in meridionali = mafiosi. In realtà non esiste alcuna continuità storica, sociale, geografica tra brigantaggio e mafia.

Infine, i meridionali sono pittoreschi. Ma anche il Sud, i luoghi del sud lo sono. La bellezza del paesaggio, la feracità delle terre diviene un luogo comune, di chi viene da fuori e di chi vive al Sud. La bellezza pittoresca del Sud è un mito che si afferma come contrapposizione alle immagini negative. Sino a che tutto il Sud diviene la patria del sublime e del pittoresco, categorie estetiche care ai romantici. Si viene al Sud per consumare esotismo.

Ma il libro di Teti non si limita alla individuazione ed all’analisi degli stereotipi. C’è anche una parte riflessiva e nel contempo propositiva. E’ la parte più originale del libro, benché nota ai lettori degli altri scritti dell’autore. Non serve piangersi addosso, difendersi e contrattaccare. E soprattutto non serve opporre ai localismi ed ai razzismi del Nord, localismi e razzismi del Sud, movimenti filo-borbonici e separatisti, leghe e partiti del Sud, livorosi revisionismi storici. Il Sud, insomma, sino ad oggi, ha risposto alle accuse solo con la retorica e col rancore. Senza mai parlarsi con calma, senza mai decidersi, senza mai rinunciare a quel cuore troppo cantastorie della poesia di Costabile. 

Il messaggio che scaturisce dal libro è forte e chiaro: occorre che i meridionali facciano i conti, una volta per tutte, con la loro “ombra”, che la smettano con i piagnistei, che dismettano l’abito della retorica. Perché “partire, restare, tornare non si contrappongono ma si rinviano”. Perché “necessitano scelte coraggiose di pace per affrontare i problemi in maniera diversa da come hanno fatto colonialismo, capitalismo, globalizzazione”. Perché “la salvezza del nostro piccolo universo non è possibile rinchiudendoci in noi stessi. Siamo tutti nelle stesse nebbie delle galassie, nel vortice dei venti. E tuttavia dobbiamo partire da noi, dalla nostra storia, capire, comprenderci e darci degli imperativi”.

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